IL BUFFONE DELLA CORTE RACCONTA (EP. 3)

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Quintanari in trasferta (Ginevra 1971)

vignetta ginevraTempi davvero felici quando la Quintana era invitata in tutta Europa e per il quintanaro l’essere scelto per la trasferta rappresentava, oltre a una rara occasione di andare in giro per città e paesi sconosciuti, il giusto riconoscimento ai sacrifici e alla passione profusa per i colori del proprio sestiere. Naturalmente, quasi sempre, sbandieratori e tamburini, insieme a capo sestiere e pochi nobili, erano i privilegiati premiati perché al tempo, e in pochi anni, erano tra i migliori in circolazione, lanciatori di drappi “unici” nel panorama nazionale.
Ed ecco la chiamata: la Quintana al festival mondiale del folklore di Ginevra a rappresentare l’Italia, insieme a Sanremo con il suo carro infiorato, e a sfilare insieme a gruppi provenienti da ogni parte del mondo. Prima della partenza, agli ordini del maestro di bandiera, Danilo Ciampini, serate e ore di prove al campo Squarcia, a contare dall’uno all’otto come ballerini per coordinare movimenti di gambe, braccia e bandiere al suono cupo dei tamburi battenti e con i rullanti a dettare il tempo. Ultima prova e raccomandazioni di rito: “andate a rappresentare l’Italia, fatevi onore!”. Pettorali gonfi d’orgoglio e grande frenesia di partire.
In treno da San Benedetto fino a Ginevra, attraversando la pianura padana salendo su fino al lago Maggiore, costeggiandolo o sotto lunghe gallerie e infine il Lemano e quella fontana artificiale in mezzo al lago che sembrava altissima ad annunciare l’arrivo nella città svizzera. Un pullman con la scritta “Quintana, Ascoli Piceno, Italia” per spostarsi in palestra, non per fare altre prove ma per dormire insieme ad altri ragazzi, di altri gruppi, di tutto il mondo. Quello era l’alloggio dei quintanari e era bello stare tutti insieme e scambiare parole e convenevoli con tedeschi, africani, francesi. Nonostante pochi sapessero le lingue ci si capiva lo stesso, con gesti, sorrisi e scherzi.
Con tutti non con gli olandesi. Per essere più precisi… le olandesi. In quanto donne alloggiavano da sole in un’ala riservata della palestra. Erano un gruppo di majorettes che non passavano inosservate: altissime, biondissime, bellissime e quasi tutte con gli occhi verdi o azzurri. Sorridevano ammiccanti ad ogni incrocio con i quintanari che si sentivano davvero “piccoli e neri” di fronte a cotanta sfrontata bellezza e mentre quelle passavano con i loro succinti costumi luccicanti i nostri si appoggiavano al palo delle bandiere denunciando tutta la loro impotenza.
Meglio fare amicizia con i Graf Zeppelin, banda tedesca di fiati e tamburi che suonavano marciando in costume barocco: omoni grandi e grossi, baffuti e paffuti, dal pelo biondo tendente al rossiccio, gote rosa e non perché esposte all’aria fredda. Era ferragosto e del colore della pelle era responsabile la birra. Subito fu instaurato un bellissimo scambio culturale “biondo” a pinte di birra e gare di parolacce: loro ci insegnavano insulti in lingua tedesca e i nostri riuscirono ad organizzare il più grande coro di “vaffanculo” con sottofondo musicale di trombe e tamburi marciando tra i letti della palestra. Ma c’era chi, sconsolato, continuava a guardare le olandesine che passavano fuori, visibili attraverso una vetrata.
Venne il giorno della sfilata: la Quintana muoveva i suoi passi cadenzati tra due ali di folla plaudente assiepata dietro le transenne o seduta su alte tribune che costeggiavano il lungolago. Un continuo e fragoroso applauso accompagnava le volute delle bandiere che salivano in cielo. A turno, al comando del maestro Ciampini con un improbabile francese: “le bomb”, e le bandiere salivano in alto; i più bravi riuscivano a riprenderle sottogamba, altri con la mano dietro la schiena, quelli insicuri semplicemente di mano. Paolo tese la mano ma mancò la presa: il piombo del manico gli sfondò uno zigomo. Cadde tramortito a terra e gli svizzeri, fin da allora sinonimo di efficienza, lo portarono via immediatamente, in ambulanza in ospedale e non tutti si accorsero dell’accaduto.
Era già sera quando i nostri quintanari tornarono in palestra. Quei vestiti medievali avevano fatto colpo. Ora erano le olandesine che guardavano da dietro la vetrata. Grandi sorrisi, primi approcci e poi baci e abbracci. Qualcuno quella notte non dormì in palestra; anzi, per sua fortuna, non dormì proprio.
All’indomani l’ulteriore gradita sorpresa: la delegazione della Quintana di Ascoli era stata scelta per la sfilata di gala in notturna insieme alla Banda Reale Inglese. Le due formazioni partivano dagli estremi opposti del lungolago per poi incrociarsi davanti alle tribune delle autorità. La Banda Reale era preceduta dalle guardie a cavallo con la divisa rossa. Poi la capretta con il campanaccio e la banda con la sua caratteristica marcetta di tamburi, fiati e flauti. Di fronte al loro incedere gli sbandieratori si allargarono su due file e salutarono con uno scambio rovesciato sopra le teste degli inglesi sfiorando i loro grossi colbacchi di pelle d’orso.
Applausi a scena aperta e fischi all’americana da parte del pubblico con il corteo ascolano che continuò a marciare mentre un pericoloso quanto inaspettato ostacolo si profilava a pochi metri. Lì davanti, uno dei cavalli inglesi aveva lasciato il suo personale “ricordo” al centro della strada e subito scattò l’allarme. Sguardi ad indicare quel montarozzo fumante, cenni di intesa nella prima fila di chiarine pronte a schivare l’ostacolo ma, evidentemente, dietro, i tamburini che incedevano solenni non avevano visto e capito. “Italiani, la merda!” si levò improvvisamente un grido ma non si riuscì ad evitare quella “buccia di banana di cacca” e il capo dei tamburini finì a gambe levate col tutto il tamburo. “Che figura, porc…che figura!!!”, imprecava il tamburino. Una figura…di merda.
Ma ormai la sfilata volgeva al termine. Il successo della delegazione della Quintana fu travolgente. Il delegato ENIT che li aveva accompagnati per tutta la trasferta si commosse e pianse e volle ringraziare tutti personalmente alla stazione, prima del ritorno ad Ascoli.
Ci fu il tempo, alla dogana del confine di stato, di smontare tamburi e aprire i foderi della bandiere: pieni di stecche di sigarette e cioccolato. I finanzieri italiani scuotevano la testa e neppure chiesero se qualcuno avesse qualcosa da dichiarare.
E Paolo? Fu lasciato a Ginevra dove fu operato e gli misero a posto lo zigomo sfondato. Tornò dopo quasi un mese e nel portafogli aveva la liquidazione dell’assicurazione svizzera: i bene informati dissero che con quei soldi ci comprò una casetta e si pagò le spese del matrimonio.

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